~ Quelli del metodo olistico ~
Da alcune settimane seguo con attenzione il dibattiti che hanno come argomento la tecnica d'immersione DIR della quale anche i nostri programmi didattici sono intrisi, soprattutto nella parte dedicata alla preparazione di subacquei avanzati.Le posizioni che leggo sono molteplici ma su tutte una motivazione sembra attraversare le argomentazioni a sostegno: il desiderio di far parte di un gruppo che ha regole condivise da tutti senza remore e senza dubbi.
Alcuni, addirittura, arrivano a sostenere posizioni "assolute" non tanto nel contenuto che condivido ma nei modi con cui vengono proposti. E ancor più interessante è constatare quanti subacquei provenienti da didattiche commerciali abbiano trovato nel metodo DIR una sorta di "riscatto formativo" come se gli mancasse qualcosa per continuare l'attività e desiderassero un up grade al sistema.
Nei dibattiti che leggo è trasversale l'idea che tutte le didattiche siano uguali e che pertanto il fallimento formativo di una possa essere esteso a quello di tutte le altre.
Parlo di fallimento non a caso.
Con la parziale chiusura di uno dei bacini d'immersione più importante del mondo occidentale, il Mar Rosso, l’intero mercato che ruota intorno a questa attività ha avuto un crollo verticale a tutti i livelli (produzione di attrezzature ed equipaggiamento, numero di brevetti richiesti, numero d'immersioni fatte) ma questo evento non è altro che la punta dell'iceberg di una curva che vede alla voce "abbandono" una percentuale a mio avviso preoccupante.
E' mia sensazione che, dopo il primo livello, un numero decisamente inferiore al passato di allievi sub pensa di passare al livello successivo. Ma la vera tagliola sembra essere quello che succede dopo il secondo livello. E' evidente che la crescita subacquea conduce necessariamente a specialità che sono la porta d'ingresso alla didattica tecnica, ma questo comporta un radicale rinnovamento delle attrezzature e della mentalità. Non solo: coloro che invece intendono continuare senza però abbracciare la didattica tecnica sembra abbiano come unica valvola di scarico quella di diventare istruttori, come se questa scelta li facesse sentire "più bravi".
Pertanto, da una parte abbiamo subacquei che vorrebbero continuare ma si trovano a rifare i conti con se stessi e con il portafoglio, dall’altra subacquei che vorrebbero diventare istruttori ma che forse non hanno le idee chiarissime. Queste mie considerazioni sono state purtroppo ulteriormente suffragate dal livello di preparazione con cui gli istruttori in formazione si presentano alle selezioni: gravi lacune sui temi tecnici e preparazione fisica inadeguata.
Gli americani, abili uomini di marketing, sono riusciti a catturare negli ultimi anni quella fetta di praticanti appassionati ed esperti che non riuscivano più a trovare nell’attività tradizionale stimoli per crescere ed hanno occupato egregiamente la nicchia di mercato lasciata scoperta dalle didattiche tecniche più specializzate.
Prima ci hanno consigliato di “FARLO MEGLIO”, motto del sistema DIR (Doing It Right appunto), poi ce lo hanno motivato ed infine ci hanno suggerito quali attrezzature acquistare.
Non è un caso che gli ideatori del sistema siano anche i manager delle relative didattiche e che abbiano interessi diretti nella produzione delle attrezzature “suggerite”.
Questo meccanismo ha scatenato il mercato. Da una parte aziende che producevano attrezzature di buon livello a prezzi “normali” hanno aumentato sensibilmente i loro listini (mute stagne che prima costavano 1000 euro sono arrivate a 1700 euro e oltre) dall’altra i produttori storici hanno riconvertito i loro cataloghi inserendo a forza le linee “tecniche”.
E noi italiani che facciamo?
La nostra didattica è sicuramente una delle prime ad aver creato un metodo codificato, le più importanti aziende produttrici di attrezzatura subacquea sono italiane, la nostra penisola rappresenta una importante meta turistica da nord a sud. Che ci manca? Semplice. Quello che ci siamo perso in anni di quasi totale inattività in termini di investimenti e innovazioni. Ci siamo cullati nei nostri primati passati e non abbiamo pensato al futuro. E quando il futuro ha bussato alla porta ci siamo trincerati in difesa ed abbiamo adottato politiche protezionistiche.
Sarebbe ora di passare all’attacco.
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